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Il lato oscuro dei social network

Al contrario, anche agli albori della rete di massa, l’esistenza virtuale di Madrigal era tutt’altro che isolata.

“Avevamo la messaggeria istantanea, le chat, Icq, i forum di Usenet e l’email”, ha scritto su theatlantic.com. ” La mia presenza su Internet ruotava proprio intorno alla condivisione di link con amici”. Certo, tecnicamente quelli erano strumenti che ” correvano paralleli al Web e non sul Web, ma c’erano”. Eppure la narrazione prevalente non dava conto della ricchezza di relazioni virtuali prima del libro delle facce.

Di qui un disagio che Madrigal ha coltivato silente fino all’ottobre scorso, quando in suo aiuto è arrivata Chartbeat, azienda specializzata nell’analisi del traffico Web che, esaminando la provenienza dei visitatori delle pagine interne dei siti, ha certificato che la maggior parte di essi non giunge da Facebook e simili. Ben il 69 per cento arriva da link scambiati attraverso applicazioni non identificabili dai sistemi di misurazione: email, chat, instant messaging. Folgorato dalla rivelazione, Madrigal ha deciso di chiamare questo universo dark social (il social oscuro) visto che sfugge alle rilevazioni ed è offuscato da una narrazione Facebook-centrica.

La scoperta ha un paio di conseguenze. ” Primo, se pensi che ottimizzare la tua pagina Facebook o i tuoi tweet sia ottimizzarli per il social sei solo a metà strada (o a un terzo)”. Secondo, il patto implicito che stringiamo con i social network non è quello che ci raccontano: ” Non regaliamo i nostri dati personali in cambio della possibilità di condividere link con gli amici. Un gran numero di persone, più ampio di quello che sta sui social network, lo fa già al di fuori di questi. Piuttosto scambiamo i nostri dati personali con la possibilità di pubblicare e archiviare un database delle nostre condivisioni”.

Fonte: Daily Wired